Carolina d

Carolina D. era una massaia nubile di Finale Emilia (Modena). A 38 anni, il 24 settembre 1887, fu condotta in manicomio, dove venne ricoverata con la diagnosi di «paranoia persecutiva», attribuita dopo i 15 giorni canonici di osservazione. Carolina morì ricoverata al “San Lazzaro”, per «lesioni vascolari», vent’anni dopo, il 28 maggio 1907, senza essere mai uscita. La cartella qui trascritta dà conto soltanto delle prime settimane di ricovero, oltre che degli esami praticati sulla malata. Poi più nulla, se si eccettua la richiesta per ottenere l’autorizzazione al ricovero definitivo, inviata al Tribunale di Reggio, ai sensi della legge del 1904 sui manicomi. Gli scritti dei medici danno particolare importanza alla questione – molto dibattuta in quegli anni – della «eredità» come causa della forma morbosa. E ciò era tanto più significativo se si trattava del caso di una donna riconosciuta come paranoica. Proprio in quel periodo, alla metà degli anni Ottanta, due medici del manicomio reggiano – Eugenio Tanzi e Gaetano Riva – si erano impegnati in uno studio sulla paranoia, che portò alla pubblicazione, sulla “Rivista sperimentale di freniatria”, di un saggio divenuto poi celebre. La paranoia vi era definita come «una psicosi funzionale su fondo degenerativo, caratterizzata da una particolare deviazione delle più elevate funzioni intellettuali, non implicante né un gravissimo scadimento, né un disordine generale; che si accompagna quasi sempre con allucinazioni e con idee deliranti permanenti più o meno coordinate in sistema, ma indipendenti da qualunque causa occasionale constatabile e da qualsiasi morbosa condizione emotiva»1. Era stato Karl Ludwig Kahlbaum per primo, nel 1863, a dare una descrizione della paranoia, per «designare i deliri cronici sistematizzato primitivi»2. Sulla stessa linea si pose anche Emil Kraepelin, quando definì la paranoia nella prima edizione del suo Trattato (chiamato allora Compendium), come «sviluppo endogeno di un sistema di delirio permanente e irresistibile che coincide con una perfetta intelligibilità, un perfetto ordine nel pensare, volere e agire»3. In ultima analisi, la paranoia venne identificata come malattia della ragione e non – come invece mania e melanconia – come malattia degli affetti. Altro carattere reputato degenerativo, da cui doveva dedursi l’inferiorità del paranoico, riguardava anche la frequente alterazione nelle funzioni sessuali (ad esempio: onanismo, perversioni o deficiente istinto sessuale). Il paranoico si svelava massimamente nell’età adulta, dopo una lenta preparazione, manifestandosi appunto con il delirio (a contenuto persecutorio, ambizioso, religioso, erotico) e con le allucinazioni (soprattutto di tipo uditivo): «Mancando la condizione di smarrimento della coscienza, che invece esiste in tutte le altre psicosi allucinatorie e nel sogno, l’allucinazione ha campo di acquistare il carattere della massima evidenza, e di entrare facilmente come materia di elaborazione ulteriore nel campo dell’ideazione»4. Eugenio TANZI – Gaetano RIVA, La paranoia. Contributo alla teoria delle degenerazioni psichiche. 1 in “Rivista sperimentale di freniatria”, 1884, vol. X, pp. 293-294). 2 Paul BERCHERIE, Histoire et structure du savoir psychiatrique. Les fondements de la clinique. 1, L’Harmattan, Paris 2004, p. 84. Cfr. Karl Ludwig KAHLBAUM, Die Gruppierungen des psychiscen Krankheiten und die Einteilung der Seelenstörungen, Danzica 1863. 3 Emil KRAEPELIN, Compendium der Psychiatrie, I ed., Lipsia 1883, trad. nostra. Eugenio TANZI – Gaetano RIVA, La paranoia, op. cit., p. 323.
AMMISSIONE (24 settembre 1887)
ANAMNESI
La D. Carolina, d’anni 38, nubile, di religione israelitica, proviene dal Finale (MO). Il
padre, affetto da sifilide, è morto di 72 anni; la madre fu ricoverata nel Manicomio (di
Reggio secondo la Modula, ma ciò non risulta dai Registi), ritornò a casa migliorata,
ma poco dopo ricadde, si fece assai agitata e tentò il suicidio gettando in un pozzo;
morì più tardi, presso sempre alla sua famiglia, in uno stato di vera demenza. Un
fratello, giovane strambo ed eccitabile, si è suicidato a 25 anni.
Essa è sempre stata di carattere leggero, facile ad irritarsi, sospettosa. Ha avuto una
certa istruzione, era appassionata ai romanzi, esaltata. Mostrava pochissima voglia di
lavorare: più volte è andata a servizio presso qualche famiglia, ma quasi subito
trovata litigi coi padroni e veniva licenziata. Dopo la morte del padre, avvenuta tre
anni or sono, rimase e sole e, perché si mostrava di già alterata di mente e di continuo
commetteva stranezze, credendosi perseguitata, fu accolta da un fratello. Nella
propria casa di questi seguitò più che mai a mostrarsi sospettosa e irrequieta e poco di
poi di nuovo volle tornare ad abitare sola e si rinchiuse nella solitudine.
Credeva che si macchinasse a suo danno, dubitava che il fratello le volesse togliere o
far togliere la vita per impossessarsi del suo avere, vedeva in ogni cosa tranelli
preparati per suo danno e sospettava che le venisse dato veleno coi cibi. Più volte
presa da disperazione, ha dichiarato avere deciso di voler togliersi la vita per sottrarsi
a chi sa quali atroci tormenti. Un giorno ha tentato gettarsi in un fiume, ma fu
trattenuta in tempo. Si mostrava, specie in questi ultimi mesi, agitata e piuttosto
confusa, regalava a questo e a quello le cose sue per sottrarle all'ingordigia dei
nemici, rifiutava il cibo credendolo avvelenato, era insonne, vagava per la città
raccomandandosi alle persone perché volessero proteggerla in casa, s'abbandonava al
pianto ben di frequente e stava tutta tremante in attesa d'ignote sorprese.
Viene accolta in questo Stabilimento oggi 24 settembre 1887.
ESAME PSICHICO (praticato il 30 settembre 1887)
La malata parla lentamente, con pronuncia piuttosto strascicata, mette una speciale
intenzione in molte frasi insignificanti, per così dire le sottolinea. Spesso nel
discorrere volge qua e là gli occhi come presa dalla tema che qualcuno estraneo possa
udirla. Evidentemente ha allucinazioni acustiche di carattere persecutivo, che, quando
più insistono, valgono a renderla irrequieta, tremante, disordinata nel contegno. Del
resto il più delle volte vede e considera le persone e le cose in modo ben diverso dal
normale. I fatti meno interessanti la sorprendono, la preoccupano e gli empiono
l’animo di mille dubbi e timori. Una donna ha accarezzato un gatto, lo irritava perché
venisse a morderla. Un’altra, nel laboratorio, facendo un centro sguardo ed un certo
sorriso, ha nascoste le forbici sotto la biancheria, forse per ucciderla. Ha scorto fra le
mani del medico una matita a color blu, è certo avvelenata, ecc.
Invece non si fa il menomo pensiero di quelle cose che più la riguardano, non si
interessa di sapere della famiglia e ormai, tutta assorta a stare all’erta contro i
circostanti pericoli, non si preoccupa nemmeno di trovarsi in questo luogo lontano da
casa sua.
Si mostra per la forte paura che sempre la tiene confusa assai, misteriosa nelle sue
parole, incapace di fermarsi in un luogo. Insiste sempre nel ripetere che ella non ha
voluto conoscere la verità, ecc.
Il senso della personalità è esaltato, così pure il religioso (fa preghiere fervorose,
vuole fare assoluto digiuno per la festa del Purim, ecc.); di tanto in tanto manifesta un
erotismo indeterminato che qualche volta assume anche espressione grossolana ed
oscena.
Ma il sentimento che più la domina, che fa schiava la sua volontà, che la rende
tremante ad ogni momento e sospettosa, smarrita, spesso piangente nell’aspetto, è la
paura di strani tormenti, di veleni.
DIARI CLINICI

25 settembre 1887
E’ entrata ieri sera. E’ una donna ben nutrita, ma un po’ pallida ed anemica. Si mostra
un po’ pensierosa, perché s’accorge di essere stata condotta in un ospedale, dichiara
che non è malata, spera che noi vorremo ben presto rimandarla a casa. Nella notte
dice di aver dormito benissimo e di sentirsi franca e di buona voglia. E’ un po’
ciarliera e insistente e ci supplica di volerla ascoltare, anzi ci trae in disparte
dovendoci comunicare cose segrete. Nel dir ciò la sua fisionomia assume una certa
preoccupazione. Quando ci ha condotti in un canto con una ben manifesta aria di
mistero, con frequenti reticenze incomincia a tenerci lunghi discorsi un po’
imbrogliati e non sempre filati colla miglior logica, che valgono però a mettere in
evidenza un delirio di persecuzione ben costituito, sebbene un po’ vago e che,
intrattenuto da allucinazioni acustiche, la domina già da lungo tempo.
Incomincia col riferirci intanto che qui è stata condotta con inganno e fatto di suo
fratello che perderla. Ripete più volta, senza volersi in proposito spiegare più oltre:
«M’era stato detto che mi avrebbero fatto vedere la verità. ma in sostanza questa
verità io non posso ancora conoscerla». Ciò che del resto muove il fratello a volerla
addirittura morta è la brama del possesso del suo avere e questo motivo gli ha
procurato tanti nemici in paese, sebbene essa non abbia mai fatto male ad alcuno.
Molte volte di notte ha udito alla sua porta le voci di gente che macchinava di
toglierle la vita. E mentre narra che era molestata da tutti e che le aizzavano contro
persino le bestie e che sapeva d’alcuni che tenevano appositamente dei cani arrabbiati
per farla mordere se si fosse avventurata fuori di casa, sempre insiste sulla frase
inesplicabile: «Il male è che mi è stata impedita la verità. lei sa, che cosa è la
verità?»
In questi molteplici discorsi che viene facendosi, architettati così in modo assai
illogico, sebbene legati in un unico sistema, si appalesa inoltre come la malata abbia
un certo senso elevato di sé e non si nascondano qua e là sprazzi di un certo erotismo.
Fa l’apologia della sua vita, sempre intemerata, ma dice che sente il bisogno di affezione e di espansione ora più che mai. Si eccita ciò dicendo, si fa appassionata nei gesti e ardita nelle parole. Un po’ sentitamente facendole notarle la nessuna opportunità delle parole che pronuncia, pare ravvedersi e vergognarsi e ricade nel cerchio delle sue idee un po’ triste. Rimane meditabonda a sedere in un canto, senza molto darsi pensiero di quanto avviene attorno ad essa. Più tardi, quando noi le proponiamo passarla nel laboratorio, s’allarma d’improvviso, esprime nel volto come spavento e quasi lacrimosa ci supplica [che] non volgiamo toglierla da dove è. Per tutta la giornata si è mantenuta piuttosto calma e taciturna, Ha mangiato con discreto appetito. 26 settembre 1887 Ieri sera, essendi un pò irrequieta e sospettosa, venuta l’ora di andare a letto, le sono stati somministrati due grammi di cloralio. Nella notte ha dormito discretamente. Stamane è più confusa e ciarliera di ieri, ma ripete le solite cose, dice d’avere inoltre dei segreti che non può comunicare a persona. Mangia poco; si allarma alquanto allorché qualcuno le si accosta, ma si contiene. 27 settembre 1887 Ieri vero sera ha incominciato a mostrarsi come spaurita e si rifiutava d’andare in letto, credendo che si cercasse di farle del male e forse di ucciderla. A stento si è riuscito a farle prendere il cloralio. Ma nella notte non ha dormito, ad ogni momento balzava giù dal letto come presa da terrore, gridando che si sentiva minacciando ed errava per la sala e si riusciva ogni volta a fatica a ricondurla a letto. Stamane è abbastanza calma, sebbene assai confusa. Però ci avverte che ha visto una donna accarezzare un gatto, ma che lo faceva in modo che si è accorta che quella tentava irritare la bestia affinché poi le si lanciasse addosso e la mordesse. Durante la giornata ha lavorato un po’ alla calza. Colle altre malate parla poco. Ora più non chiede di essere rimandata a casa. A cena ha rifiutato il cibo, temendo vi fosse del veleno e ripetendo in riguardo: «Tutto il male è che mi si è voluto far conoscere la verità». 4 ottobre 1887 Si mostra assai disordinata ed eccitata: è fuggita dalla sezione ove si trovava, recandosi in laboratorio e pregando che qui la si lasci perché là di sopra s’era ben accorta che armeggiavano a suo danno. Rifiuta la dieta assegnatale, credendo il cibo avvelenato e si reca al refettorio colle altre malate. Per un po’ di tempo nel nuovo soggiorno è discretamente tranquilla ed anche si occupa al lavoro. Si mantiene silenziosa, attenta intorno a sé, con fisionomia di aspettazione dolorosa. Più tardi è ancora agitata, smaniosa, le donne del laboratorio si fanno fra di loro dei segni convenzionali, adoperano le forbici e gli aghi in una maniera sospetta come chi deve far beccheria, e nascondono nei panieri di banchiera dei grossi gatti, che di tanto in tanto tormentano di pizzichi per farli arrabbiare. Se parlandole ci accostiamo di troppo a lei, si fa tutta tremante, fissando i nostri più piccoli movimenti, senza neppur dar retta a quanto le chiediamo. Un nostro moto brusco della mano, la fa prorompere in grida improvvise e disperate: «O Dio! Che mi vuol fare? Mi ammazzano! Mi ammazzano!» Smette di lavorare, si pone n un canto, non lasciando degli occhi di osservare attentamente quanto avviene attorno a lei. Nella sera non ha voluto mangiare. 7 ottobre 1887 Nella notte anche con cloralio non dorme che pochissimo, si sveglia di soprassalto, ode voci di ingiuria e di minaccia, balza dal letto, erra per la sala, mandando strilli disperati quando le infermiere la riconducono a letto, temendo le vogliano far del male. Ormai vive in continuo sospetto di tutti, parla quasi mai, non presta attenzione alle domande che le rivolgiamo, è sempre all’erta, interpretando tutto per un pericolo. Oggi sfuggita sotto la spinta del terrore dal laboratorio, è riuscita a penetrare nella Sezione agitate: quivi giunta si raccomanda vogliamo tenerla perché nel laboratorio vi sono dei gatti idrofobi ecc. 9 ottobre 1887 E’ alquanto più calma, come depressa, taciturna e inerte. Ora si raccomanda con voce flebile. Non piange però. Mangia poco, sospetta sempre che del veleno sia messo nelle vivande. Non si rende, a quel che sembra, ragione perché le persone che l’attorniano ad avere a suo riguardo cattivi propositi, sarebbe anzi disposta ad aver fiducia in essa, ma ode certi segnali, brillare in mano a questa e a quella armi misteriose, ode parole equivoche, sa che aizzano animali ecc. 11 ottobre 1887 Stamane era in uno stato di forte agitazione smarrita, ad un tratto è balzata da sedere gridando e si è messa a fuggire spaventata pei corridoi. Perché si cercava di afferrarla, affinché non si facesse del male, vistasi inseguita, si è data ad una corsa vertiginosa qua e là, su e giù per le scale, gridando, svincolandosi con violenza, stracciandosi gli abiti. E’ stata passata nella sezione agitata. Era convulsa, scomposta, così colma di spavento che solo ad accostarglisi dava in grida disperate. Rifiuta il cibo. Non dorme. 26 ottobre 1887 L’agitazione e il disordine sopra descritti hanno ancora durato qualche giorno, facendo poi il posto ad uno stato di calma semistuporosa. La malata e così a un dipresso continua ad essere anche attualmente, si presenta abbattuta, esaurita, silenziosa. Pronuncia parole slegate, si cura poco dell’ambiente, rimane tutto il giorno nella sezione d’osservazione, ove è stata passata, seduta immobile su di una sedia col capo abbassato. Però quasi sempre verso sera si agita alquanto, sotto l’insorgere di qualche allucinazione, si fa smaniosa e tremante, dice che la vogliono uccidere, non vuol essere né toccata né accostata dalle infermiere. Mangia discretamente. Nella notte, coll’uso del cloralio, dorme abbastanza e tranquilla. E’ un po’ deperita nella nutrizione. 24 ottobre 1887 La malata si è fatta di nuovo assai agitata. Allucinazioni acustiche spiccate. Corre dal letto delle malate nell’infermeria perché crede di sentire che la chiamino con voci ingiuriose. Si raccomanda perché si la si voglia uccidere immediatamente per risparmiarle i lunghi tormenti che le sono stati preparati. Dice che la accusano di essere una spia ed ha paura di venir colpita da una mano occulta. Mangia pochissimo.

Source: http://wwwold.ausl.re.it/biblioteca/html/ArchivioClinico/Cartella%20Clinica%20Carolina%20D.pdf

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